Un Muro Verde per fermare il deserto
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L’avanzata dei terreni aridi è una minaccia non solo per l’agricoltura e la biodiversità dei paesi colpiti dalla desertificazione del suolo. Abbiamo visto gli immensi problemi che ha dovuto affrontare la California tra il 2011 e il 2017 con la siccità che ha colpito lo stato americano e le misure eccezionali lanciate per conservare l’acqua nei luoghi pubblici.

Ma forse è possibile fare qualcosa anche nell’area maggiormente interessata dal fenomeno, il Sahel. Ne è convinto Moctar Sacandeideatore del progetto Great Green Wall. Il progetto, che è destinato a coinvolgere almeno 20 milioni di persone su un territorio vastissimo che va dal Senegal, sull’Oceano Atlantico, fino a Gibuti sul Mar Rosso, prevede di recuperare aree desertificate lungo una fascia larga 15 km e lunga 8mila. Secondo quanto dichiarato lo scorso giugno a Milano da Sacande questa vasta trasformazione “può cambiare la vita a milioni di persone”.

Venti governi sono coinvolti in questa operazione di recupero della fertilità del suolo e non si tratta di un semplice muro di alberi che vengono piantati su un territorio più o meno omogeneo, ma un vero e proprio mosaico di soluzioni che si adattano ad ogni villaggio, ad ogni comunità a seconda delle risorse che sono disponibili su quei territori, integrandosi perfettamente con i diversi habitat. Succede così che in alcune aree si preferisce coltivare soia e altre leguminose, in altre il foraggio per alimentare le greggi, mentre in altre aree ancora si punta a recuperare alberi e arbusti i cui frutti possono nutrire uomini e animali, o fornire sostanze che possono essere utilizzate per altri scopi tra cui anche medicinali. E’ il caso del dattero del deserto dai cui semi, raccolti e selezionati sul territorio dalle donne delle comunità locali, si ricavano sostanze emollienti con cui preparare il sapone e altre creme per la pelle.

Cruciale, in questo nuovo approccio, è anche la conservazione dell’acqua: in un’area in cui in un anno cadono soltanto 400 millimetri di pioggia è necessario salvaguardare l’oro blu e riuscire a conservarlo per quanto più tempo possibile scavando delle vere e proprie trincee, grazie alle quali si riesce a mantenere l’umidità nel suolo per oltre due mesi in più.

Al momento queste tecniche sono state sperimentate in nove paesi e monitorate attraverso l’uso di droni e satelliti. Secondo gli scenari possibili che sono stati elaborati dalla Fao, da qui al 2030 sarà possibile il recupero di un massimo di 166 milioni di ettari a cui si potranno aggiungere in futuro il Kalahari compreso tra Sudafrica, Namibia e Botswana. Ma già adesso, stando alle prime rilevazioni effettuate dai satelliti, si nota come le aree che un tempo erano aride siano più verdi. Un risultato che incoraggia quindi la validità del progetto della Fao.