L’infermiera con il coraggio negli occhi
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Dalla corsia di un ospedale alla copertina del New York Times. Monica Falocchi è l’infermiera che lavora come caposala per gli Spedali Civici di Brescia, diventata uno dei simboli della lotta al Coronavirus per essere stata scelta come immagine di copertina dal New York Times in uno speciale dedicato al tema. Nel reportage, disponibile anche in lingua italiana, il fotografo Andrea Frazzetta ha voluto immortalare un ventaglio di sentimenti diversi negli sguardi intensi e concentrati di infermieri, medici, operatori sanitari, addetti alla sicurezza.

In occasione della Giornata Internazionale degli Infermieri (che ricorre il 12 maggio) la Fnopi (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche) ha realizzato un video in cui Monica Falocchi racconta la sua esperienza. “In prima battuta, quando ho visto il mio volto su uno dei magazine più prestigiosi al mondo ho pensato che fosse una occasione per far conoscere il ruolo fondamentale del lavoro degli infermieri”, dice Monica. “Quella mattina di febbraio sono stata chiamata dal mio direttore il quale mi informava che nel suo studio c’erano dei giornalisti per un reportage su alcuni ospedali lombardi. Eravamo molto impegnati, ma di fronte alla mia iniziale resistenza mi hanno promesso che avrebbero impiegato poco tempo e avrei potuto tornare alla mia attività in terapia intensiva. Tolta la mascherina per gli scatti fotografici, ci salutammo”.

In ospedale in quei giorni regnava il delirio totale, per l’alto numero di pazienti con crisi respiratorie.

Monica Falocchi è nata 48 anni fa in un piccolo comune della Val Camonica (Breno), ha tre sorelle, cinque nipoti e una cagnolina (Etna) affidata a una carissima amica in un momento in cui i turni di lavoro superano anche le 12 ore al giorno. Fa l’infermiera da circa trent’anni e dal 2006 è capoinfermiera della terapia intensiva, dove per comunicare dice “si usano gli occhi più che le parole”. E aggiunge anche che l’emozione più travolgente è stata assistere alle videochiamate dei parenti con i propri cari.

Nella versione digitale del reportage ci sono anche i volti di altri italiani: i soccorritori Laura Righetti della Croce Blu, Cristian Roversi dell’Associazione Nazionale Carabinieri di Tormini di Roè Volciano e di Gabriele Tomasoni, primario dell’Unità di terapia intensiva del Civile.

L’esperienza di Monica è quella di molti altri colleghi che in prima linea, giorno e notte senza risparmiarsi, hanno speso energia fisica e mentale per la cura delle persone. Lei stessa si definisce “una goccia nel mare” di chi svolge con passione questa professione, con turni triplicati e senza la possibilità di vedere la famiglia per settimane. “L’aspetto più gratificante? Sentirsi utili e di supporto alla collettività, vedere i pazienti uscire dalla rianimazione e salutarmi con la mano.”