Angeli dell’acqua alta, salvatori di Venezia

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VENEZIA – Li hanno chiamati “angeli dell’acqua alta”, espressione ispirata ai celebri “angeli del fango” che salvarono Firenze nel 1966. Anche a Venezia, dopo l’alluvione avvenuta nella notte fra il 12 e il 13 novembre, centinaia di volontari si sono rimboccati le maniche per ripulire la città e soccorrere i più colpiti dal disastro che ha causato due decessi e danni per un miliardo e mezzo di euro. Nel momento peggiore della crisi, infatti, la Serenissima non si è fermata: quando il maltempo ha concesso una tregua, un folto numero di residenti e volontari giunti da tutta Italia sono scesi nelle calli per ripulire la città e riportare la speranza. Le loro sono storie esemplari, a partire da quella dei 1.500 volontari dall’associazione Venice Calls, intervenuti per asciugare appartamenti allagati, spostare masserizie e raccogliere i rifiuti alla deriva. I giovani dell’associazione hanno creato una rete di intervento attraverso i social network e i servizi di messaggistica istantanea: in due giorni hanno raccolto quasi due tonnellate di macerie.

Ci sono poi le storie di donne e uomini che hanno trovato la forza per reagire. La studentessa universitaria Alice Ghedin, per esempio, 24 anni, ha dapprima spalato la Domus Civica, il suo collegio, e poi si è iscritta a un gruppo WhatsApp composto da 200 volontari per salvare i documenti storici della Fondazione Bevilacqua La Marsa: “Locandine, corrispondenze d’artisti e cataloghi sono inzuppati. Mettiamo fogli di carta assorbente fra le pagine, separandole con lame sottili. Voglio restituire qualcosa a Venezia”.

Alberto Della Toffola, 22 anni, invece, costruisce gondole nella bottega del padre, lo squero di San Trovaso. Dopo la piena ha passato due giorni in barca per recuperare una trentina di assi d’olmo e di mogano. “Sono stagionate e introvabili, alcune hanno più di mezzo secolo”. Quando le gondole torneranno nei canali, permettendo a Venezia di riappropriarsi della sua identità, sarà stato anche merito suo: “Stringiamo i denti e continuiamo a fare quello che possiamo. Ma bisogna smettere di spremere Venezia”.

E infine c’è la storia di Giovanni Pelizzato, da 25 anni titolare della libreria storica La Toletta, che ha perduto per sempre 1.800 preziosi volumi: “Il dolore più grande è stato aver visto galleggiare la collezione degli Einaudi tascabili e i Bompiani sul pensiero filosofico occidentale, senza contare gli Adelphi sotto due metri d’acqua. Eppure io sono un ansioso, ho sempre tenuto i volumi sopra i 170 centimetri. Non è bastato”. Vale la pena restare? “Il libro sott’acqua è un simbolo di fallimento. Ma Venezia non si abbandona. Ora più che mai”.